Il Castello Svevo

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tratto da Vieste Gemma del Gargano di Ludovico Ragno.

Sta appollaiato sopra il vertice di uno sperone che strapiomba sul mare, all’estremo sud-ovest dell’abitato. Ha le strutture pressoché intatte, sovrasta ogni casa, e sembra perpetuare il servizio di guardia alla città, della quale è l’emblema insieme al faro e al Pizzomunno. All’intorno non risuona più del passo degli armigeri e del tuono del cannone, ma la vita non è del tutto spenta. Ospita il semaforo della Marina Militare ed un osservatorio dell’Aeronautica, che redige un bollettino di previsioni meterologiche.

Un primo nucleo fatto costruire dai normanni, venne ampliato dagli svevi al tempo di Federico II, puer apuliae, fu potenziato dagli spagnoli intorno all’anno 1537, al tempo del Viceré di Napoli Pietro Toledo, e restaurato e ulteriormente ampliato nel 1559 dal Viceré Parafan de Ribera. Dopodiché, di medievale nel castello di Vieste non è visibile più nulla. Non ne trovò traccia neppure Arthur Haseloff, un’autorità in materia di castelli – fu direttore dell’Istituto Storico Prussiano di Roma negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale -, il quale svolse un’approfondita indagine sui castelli svevi in Italia, i cui risultati raccolse e pubblicò nell’opera Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien.

Tutto nel castello parla il linguaggio del ‘500: dalle forme edilizie, che, pur nella disadorna semplicità delle costruzioni d’uso militare, richiamano per taluni particolari l’architettura rinascimentale (si vedano gli archi sopra le porte e le finestre), ai possenti baluardi e altre opere interne, ordinate in funzione dell’armamento del ’500 e del tipo di guerra (la difesa dal mare) a cui il maniero doveva servire.

Nel cortile, una lapide murata ed altre due posate per terra con gli emblemi delle Case d’Aragona e di Pastiglia ricordano la dominazione degli spagnoli. A destra, appena entrati, vi è il bastione di nord-est, il più solido. L’interno è a due piani: due saloni a forma di cupola, forati lateralmente da finestre da cui uscivano le bocche dei cannoni; ed in alto, al centro, da un’altra apertura per l’uscita della polvere di zolfo dopo lo sparo. Le mura sono molto spesse, tre metri e forse più, così da poter resistere alle cannonate, e sono disposte con una forte angolazione, di modo da presentare un minore bersaglio ai cannoni dei navigli assalitori.

Dal cortile si sale sopra il bastione dove è situata la torretta del semaforo, lungo una rampa che adesso è fatta a gradoni, per agevolare la salita a piedi, ma che prima era rotabile, e serviva per trainare i cannoni nella parte superiore, a mano o con i muli. Di quegli antichi cannoni è rimasto un esemplare, incastrato nel muro parapetto di sud-ovest.