La Chianca Amara

 tratto da Vieste Gemma del Gargano di Ludovico Ragno.

image3048Dragut Rais: un nome che risuonò spaventoso intorno alla metà del XVI secolo sulle coste del Mediterraneo, come quello di uno dei più audaci capitani barbareschi. A volte pirata, a volte corsaro, infestò i mari della Puglia in veste di corsaro per conto del cristianissimo re di Francia Enrico II. Di lui corsaro Vieste sperimentò la ferocia nel luglio del 1554. Quello che avvenne lo racconta abbastanza diffusamente il ricordato Vincenzo Giuliani nelle sue Memorie storiche, politiche ed ecclesiastiche della città di Vieste.

Dalle galere di Dragut avvistate durante il giorno (non è detto quale giorno), sul far della sera presero a sbarcare le ciurme del pirata Dragut La nave capitana si era fermata sotto lo scoglio di S. Croce. Lo sbarco ebbe luogo alla punta del Corno (adesso si chiama di S. Croce, come lo scoglio dirimpettaio, o “Punta della banchina”). Gli assalitori si mossero immediatamente all’attacco e posero l’assedio alla città, a portata di mano, già conquistata dai loro sguardi cupidi. È immaginabile quello che successe entro le mura civiche. Il grido dei cittadini: “I pirati!, i pirati!, All’armi!”, corse e riempì i vicoli, echeggiò sulle mura del castello. Le porte si chiusero, i cittadini posero mano alle armi, organizzarono la difesa. Si difesero validamente grazie soprattutto al fuoco nutrito del presidio militare di stanza sul castello, che tirava anche col cannone, mantenendo i turchi a distanza. Ma, «incalzando l’assedio vie più di giorno in giorno», la difesa della città diventava sempre più difficile. Il rais, che a sua volta, aveva fatto piazzare un cannone sulla punta del Corno (dove adesso c’è lo stabilimento Cirio), tirava contro il castello.

L’assedio durò sette giorni. La città tenne bene, sebbene stretta sempre più da presso, e ancora avrebbe potuto resistere – come resistette il castello, se non fosse stata consegnata agli uomini di Dragut da alcuni traditori. Il canonico Nerbis, fratello del camerlengo, cioè di colui che teneva le chiavi della città, il quale per viltà o per ingenuità o per eccesso di furbizia, si recò di soppiatto da Dragut e patteggiò la resa della città, richiedendo l’assicurazione che fosse permesso ai cittadini di uscire con quanto oro e argento ciascuno poteva portare. Gli fu data l’assicurazione. Ma non appena si furono aperte le porte, il 15 luglio 1554, l’onda mussulmana dilagò furiosa nelle vie della città. Gli sfortunati abitanti si difesero con la forza della disperazione, strada per strada, di casa in casa, durante tutta la notte e il giorno successivo, finché le armi e il numero dei corsari decisero dell’esito della lotta, conclusa in una sarabanda di spietate uccisioni, rapine, estorsioni col ferro rovente, saccheggi, e donne violentate e uomini catturati e portati sulle navi per essere venduti come schiavi. Chi non riuscì a fuggire verso la campagna o a rifugiarsi nel castello, non ebbe scampo. L’ordine di Dragut, che gli inabili, i vecchi ed i fanciulli che non potevano essere trasportati venissero uccisi, fu eseguito sotto la cattedrale, dove vi è una pietra viva, che per questo fatto prese il nome di Chianca amara, cioè “pietra amara” Una lapide murata quattro secoli dopo sul posto – in via Cimaglia – ricorda l’avvenimento.

Prima di reimbarcarsi col bottino e gli ostaggi, Dragut – riferisce con non poco compiacimento il cronista – «fece prendere il disgraziato canonico Nerbis ed in presenza dei cittadini schiavi, dando un esempio dei premi che si devono ai felloni della patria, dove situato aveva il cannone, all’uso turchesco lo fece impalare».

La distruzione di Vieste fece scalpore nel Reame, e nacque un detto: “Si perdé Vesta!”, volendosi consolare di una grossa perdita. “