Le Grotte Marine

GROTTE MARINE

tratto da Vieste Gemma del Gargano di Ludovico Ragno.

La prima di esse, proprio alla punta della Testa è la Grotta dei contrabbandieri. Ha due accessi, uno dal lato nord e l’altro da sud. Tanti anni or sono, all’imbrunire, vi si infilò una barca di contrabbandieri a cui i finanzieri avevano intimato il fermo. Passò la notte. Ai primi albori del giorno successivo, i finanzieri, che avevano ricevuto una barca, entrarono nella grotta. Ma con non poco disappunto si accorsero che aveva due uscite. Sopra la grotta v’è un trabucco, a cui s’arriva scendendo quasi carponi per uno scosceso sentiero. Della successiva, la Grotta campana piccola, il nome spiega la sua rassomiglianza al mistico bronzo delle chiese. Ha un’apertura larga un paio di metri e alta quanto una porta; alla base è larga circa trenta metri e termina sul fondo in una spiaggetta.

A Campi, ecco tre grotte da visitare:
La grotta calda: d’inverno vi si gode un inspiegabile tepore; le pareti hanno sfumature color viola;
La grotta sfondata: il suo cielo è aperto, e quando il sole è a perpendicolo e batte dentro, l’acqua brilla d’un azzurro vivido; abbastanza grande, consente di girare dentro con la barca;
La grotta due occhi: i suoi occhi sono le due aperture sulla sommità, quasi invisibili, nascoste dai pini che sopra fanno corona e attraverso le cui foglie sottili la luce filtra e giunge sull’acqua come fosse diffusa da un riflettore;

Alla girata di Campi, s’apre un inaspettato recesso, la Cala della Sanguinara, un’insenatura a imbuto che si spinge nel fianco della montagna. È quasi un fiordo in miniatura. Il toponimo, per quel che se ne sa, non evoca ricordi né scene cruente, nemmeno se si pone orecchio alle fucilate che abbattono i volatili nella vicina Grotta dei colombi, sulla seconda punta della Sanguinara. Questa è la più antica delle grotte conosciute dai viestani, forse l’unica, dove, quando non era ancora di moda visitare antri marini a scopo turistico, andavano i cacciatori a tirar di schioppo ai colombi selvatici, i grottaioli, che l’abitavano ed ancora l’abitano in gran numero d’inverno (meno numerosi d’estate).

Si arriva ora a Pugnochiuso. Cento metri prima della cala omonima spaccano la roccia le due Grotte lunghe, profonde circa ottanta metri. Sono tanto vicine una all’altra che vien di credere di poter sfondare con una bastonata il sottile diaframma roccioso che le separa. La prima è la Grotta dei marmi (cominciano a far capolino i nomi di nuovo conio), così dette perché le pareti sono lisce e lucide come il marmo. La seconda è la Grotta delle sirene…, perché non si è trovato un nome più qualificante. Nella prima si entra da un’apertura larga 7-8 metri e si prosegue per circa 30; poi si restringe, ma non tanto da non far passare il battello, che scivola in un’altra stanza, abbastanza grande in cui ci si gira facendo scia-voga. Questa è pressoché buia. Solo nelle prime ore del mattino, quando il sole è ancora basso sul mare, filtra dentro un raggio di luce, sicchè a guardare verso l’esterno si rimane abbagliati. La seconda grotta lunga è simile alla prima. Dopo una ventina di metri sembra essere finita, ma un buco nella roccia, largo e alto giusto quanto basta per lasciar passare la barca, ci immette in un’altra spelonca, più piccola.

Fuori, sulle spiaggette di Porto Piatto e Pugnochiuso, brulica al sole un ampio campionario di umanità balneare. Si supera la lanterna di Cala della Pergola, una piccola cala incastrata tra due strapiombi. Sulla sua punta sud si si può fare la conoscenza della Grotta due stanze, che sono due antri quasi paralleli, intercomunicanti, attraverso due pertugi che permettono il passaggio della barca.

Al limitare di Vignanotica, 150 metri sul mare, si sbircia la Torre Telegrafo, l’ottava delle vedette costruite costruite nel XVI secolo sul litorale di Vieste, oramai poco più che un rudere. Sotto, la spiaggia invita alla sosta. È la più discreta di tutta la costa, quieto e solitario approdo nel fianco d’un pendio roccioso, dove si perdono fuggevoli pedate che non scalfiscono la verginità del luogo. Qui vi sono due grotte. Una è la Grotta dei sogni, che i pini rivestono scendendo fino al mare; l’altra è la Grotta della tavolozza, che forse è la numero uno per grandezza e per bellezza dei colori. D’istinto portiamo la mano sulle pareti, quasi a palpare la morbidezza delle tinte. È lunga un centinaio di metri. Un’atmosfera lumeggiata dai riverberi delle acque droga la vista e i sensi.

Infine, a poca distanza, la Grotta Campana grande, che ripete, come la consorella minore, la forma della campana. L’acqua è abbastanza profonda e invita a fare il bagno. È larga circa 50 metri ed altrettanti è alta al centro. Ma per vederne la sommità occorre farsi l’occhio alla poca luce che c’è dentro.

Ora siamo in territorio di Mattinata. Di grotte interessanti ve ne sono ancora da vedere. Le citiamo: grotta dell’arco, che è molto lunga; grotta del serpente, dove l’acqua si tinge di riflessi viola; grotta girotondo, che sembra una chiocciola; grotta delle finestre e grotta occhio magico.

Cartina del Gargano apt.